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Dalla venerazione all'aggressione dei medici: perché?


Nell'ultimo periodo sono avvenuti diversi casi di aggressione nei confronti dei medici. Io personalmente non ero presente, quindi non starò qui a vivisezionare i singoli fatti per giudicare e incolpare qualcuno, non è nelle mie facoltà e tantomeno nei miei interessi. Mi da molto da riflettere però il paradosso che si è creato negli anni: siamo passati dal venerare ad aggredire la classe medica. Pensate che per secoli si è parlato di "paternalismo medico" ovvero il professionista era considerato un padre buono ed autorevole nel quale affidare ciecamente la propria salute in quanto lui, e solo lui con le sue competenze, sapeva come "aggiustare" il difetto. C'erano il prete, custode dell'anima e il medico, custode del corpo. Addirittura il medico poteva permettersi di omettere informazioni cliniche se lo riteneva necessario. Insomma, gli si affidava totalmente la nostra "macchina". Poi un bel giorno, con la figura del medico romano Galeno, correvano le voci di instaurare un'"alleanza terapeutica" avente l'obiettivo di gestire congiuntamente il difetto che era sopraggiunto. Ma nei fatti nulla era cambiato: il medico comunque aveva il potere decisionale, "semplicemente" il paziente iniziava ad essere maggiormente informato. Sarà con Paracelso, medico rinascimentale, che inizierà ad essere messa in dubbio l'onniscienza medica, infatti secondo lui nulla è dato da conoscere del proprio malato se non quanto egli stesso dice mediante le parole e i segni della malattia: è proprio da questo dubbio che s'insinua sempre più la teorizzazione del nuovo paradigma relazionale tra medici e pazienti ovvero il paziente al centro, "patient centred care", lo chiamano gli anglosassoni. Diversi eventi portarono l'avvento decisivo della centralità del paziente: le numerose denunce di pazienti che si ritenevano vittime involontarie dell'anestesia chirurgica come effetto collaterale del paternalismo esasperato, le battaglie civili degli anni '60 e '70 che chiedevano autonomia, libertà e individualità congiunte ad una maggior coscienza, all'interno della classe medica, dei "fallimenti della medicina"; tutto ciò ha portato il paziente al centro tanto da far nascere come strumento cardine il cosiddetto consenso volontario, ovvero il paziente ha il diritto di conoscere tutte le informazioni cliniche e di decidere se dare il consenso o meno ad una proposta terapeutica del medico. Quando si parla di "paziente posto al centro", però, dobbiamo porre una precisione: a fianco dei vari slogan di autonomia, libertà e individualità avveniva una forte positivizzazione della medicina che portò ad identificare il malato con la sua malattia. Quindi sì certo, il paziente è al centro rispetto a come avveniva precedentemente, ma ciò che è ad essere sul letto d'ospedale è il cancro al colon, l'infarto, il trauma cranico, l'ictus e non Giovanni, Carlotta, Paolo, Ivano o tu che leggi. Identificare la persona esclusivamente con la sua malattia vuol dire averci lo stesso rapporto che un tecnico ha con un elettrodomestico rotto, quindi vi è una diminutio, sia del paziente che del medico (e non vogliano le mie parole offendere i tecnici!).

Ora, essendo questo blog dedicato alla comunicazione tra medici e pazienti e quindi presentando come ottica e strumento di analisi il "come vengono messe in comune le informazioni" ritengo che, essendo i pazienti percepiti come meri elettrodomestici danneggiati, di conseguenza anche il modo di relazionarsi ad essi è rapido, tecnico e dal poco spessore umano. E con questo non sto assolutamente giustificando le aggressioni, non sto dicendo: "Il medico non sa comunicare quindi lo picchio"; sto cercando di capire però quanto il comunicare in un ambiente dalla massima complessità sia una leva di cui tener conto. E la comunicazione tra medici e pazienti è sempre scaturita da visioni simmetricamente opposte: prima la centralità del medico che lo portava a rinchiudersi nella torre d'avorio delle sue competenze e portava il paziente a venerarlo, ora la centralità del paziente che porta il medico a mettere sotto la lente d'ingrandimento esclusivamente la malattia e porta, forse, il paziente, anche, ad aggredirlo. E credo che qui si trovi l'inghippo. Tirando le somme esiste una dimensione che va oltre il saper fare tecnico e scientifico perché riguarda l'essere medico che incontra l'essere paziente e che ci ricorda che la vera Cura è quella che mira alla totalità della persona, altrimenti non è cura, in fin dei conti la stessa definizione di "salute" data dall'Organizzazione Mondiale di Sanità secondo cui è "uno stato di perfetto benessere fisico, mentale e sociale e non solo l'assenza di affezioni o malattie" ci rammenta le varie parti di cui tener conto nel processo di cura. La medicina è divenuta sempre più tecnica e di conseguenza vede il paziente sempre più in maniera tecnica, e, citando Umberto Galimberti in "Psiche e Techne": "La tecnica non fornisce risposte alle domande di senso, e non perché la tecnica non sia ancora abbastanza perfezionata, ma perché non rientra nel suo programma trovare risposte a simili domande. La tecnica non tende ad uno scopo, non promuove un senso, non apre scenari di salvezza, non redime, non svela la verità: la tecnica funziona". Il salto quantico è quindi comprendere che dietro quel paziente vi è una persona. E ovviamente parimenti capire che dietro quel medico vi è una persona. Inoltre, proprio perché non si percepisce l'Altro come persona, ma come tecnico o come difetto tecnico, a seconda di chi guarda, non è che reiteriamo un paradigma relazionale, ovvero quello in cui si mette in atto o l'arroganza o la supplica, cioè non è che rimaniamo continuamente incastrati nel "o sono superiore a te" o "sono inferiore a te"? E semplicemente ci stiamo perdendo di vista quello che c'è nel mezzo, ovvero il puro incontro tra due esseri?

#aggressionisanitari #paternalismomedico #centralitàdelpaziente #umbertogalimberti

 

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