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Dire "Le rimangono 6 mesi di vita" peggiora la situazione


"Il cancro allo stomaco è molto grave, Le rimangono 6 mesi di vita" Che cosa?!?!? Il mondo crolla sopra di me, i lineamenti del medico si fanno sfocati, la voce è così lontana, guardo le mie unghie e penso che il rosso stona con la situazione che sto vivendo, dovrebbe essere grigio, nero. 6 mesi di vita e morirò. Non potrò vedere mia figlia sposarsi, non potrò viziare i miei nipoti, e quel progetto di aprire un ristorante con mio marito, l'avessi portato a termine prima! 6 mesi di vita e non ci sarò più. Morte. Visualizzo solo questo nella mia mente. E poi assurdo, il dolore allo stomaco mi è aumentato: prima di entrare dal medico stavo abbastanza bene. Lo sguardo del medico non lascia intravedere nessuna speranza, dovrei tirarla fuori da me? Ma come faccio? Se lo stesso esperto non ci crede, come posso io? Ma poi ripenso a quelle storie di pazienti che hanno vissuto molto di più, addirittura anni, nonostante l'infausta diagnosi. E allora perché dirmi 6 mesi? In base a cosa? Chi lo sceglie? Un farmaco? Tu medico? 6 mesi di vita, mi sento male. Che dolore! No, io voglio vedere mia figlia in quel bellissimo abito da sposa che siamo andate a vedere pochi giorni fa! Questa potrebbe essere la narrazione di chiunque abbia appena ricevuto un cattivo responso. Ma i medici sanno cosa può scaturire il comunicare una diagnosi negativa?

Avete presente l'effetto placebo e l'effetto nocebo? Il neurofisiologo Fabrizio Benedetti, esperto a livello mondiale, studia da anni i due effetti. Comunemente l'effetto placebo viene definito come "farmaco finto" e per questo motivo viene messo all'angolo dalla medicina. La definizione è parzialmente vera, nel senso che, come afferma lo studioso: "quello che non viene preso in considerazione è il contesto psicosociale attorno al paziente, come le parole del personale medico, l'odore del farmaco, la vista dell'ambiente ospedaliero, l'essere toccati da apparecchiature mediche, ovvero tutti gli stimoli sensoriali e sociali che dovrebbero comunicare alla persona malata che starà meglio nei prossimi minuti o nelle prossime ore, andando a creare quindi un'aspettativa positiva." Tutti questi stimoli sensoriali e sociali vanno a creare il cosiddetto rituale dell'atto terapeutico, tra cui ad esempio l'atto del prendere una compressa, il rituale di un'iniezione, il rituale chirurgico, che ha un forte impatto psicologico ed emotivo sul paziente. Il punto interessante degli studi del neurofisiologo è che curare il contesto attorno al paziente va a modulare le medesime vie biochimiche modulate dalla somministrazione di un farmaco, anche in assenza di quest'ultimo. Cosa vuol dire? Ve lo spiego con un esperimento effettuato dal professor Benedetti: ci troviamo di fronte ad una signora che ha subìto un intervento di toracotomia dovuto alla resezione di un lobo polmonare a seguito di un cancro al polmone e che riporta una ferita chirurgica fonte di dolore. Le è stato chiesto di sollevare l'arto fino alla posizione estrema, ma ovviamente con scarso risultato vista la limitazione data dal dolore. Successivamente le viene dato un bicchiere di acqua fresca e le viene detto che al suo interno vi è un potente farmaco antidolorifico che andrà a ridurre il dolore. L'esperimento continua mostrando come il movimento dell'arto non è più limitato, bensì viene sollevato fino all'estremità, nonostante non ci sia stata alcuna somministrazione di farmaci, ma semplicemente di parole. Perché? I farmaci e le suggestioni verbali creano gli stessi meccanismi d'attivazione, nel particolare il sistema oppioide e il sistema endocannabinoide sono due sistemi biochimici che si trovano nel nostro cervello, ad esempio a livello farmacologico la morfina si lega ai recettori degli oppioidi e il tetraidrocannabinolo a quelli cosiddetti cb1, ma grazie agli studi del neurofisiologo si è visto come anche le suggestioni verbali vanno ad attivare gli stessi recettori, e questo dato si è potuto riscontrare nello specifico utilizzando una ricostruzione tridimensionale del cervello fatta con una tecnica particolare in risonanza magnetica funzionale che mostra come nel momento in cui viene somministrato un placebo si attivano le aree deputate alla percezione del dolore, e da rosse che erano diventano rapidamente blu per l'effetto inibitorio. (Amanzio, Benedetti, Porro, Palermo, Cauda 2013 Hum Brain Mapp 34) L'effetto placebo non funziona solo per il dolore, ma per molte condizioni mediche. Pensiamo alla malattia di Parkinson i cui sintomi sono tremore, rigidità muscolare e lentezza nei movimenti. Un farmaco anti - parkinsoniano si lega ai recettori della dopamina, le suggestioni verbali attivano gli stessi recettori? Anche in questo caso vi espongo un esperimento per comprendere al meglio: mediante un analizzatore viene testata la velocità di movimento di una persona malata di Parkinson, inizialmente c'è una grande lentezza nei movimenti, successivamente gli viene somministrato un bicchiere d'acqua dicendogli che c'è un potente farmaco anti - parkinsoniano: la differenza è straordinariamente visibile, i movimenti si sono curiosamente velocizzati. Anche in questo caso a seguito della suggestione verbale si è riscontrato il rilascio di dopamina (de La Fuente - Fernandez et al. 2001 Science 293). Di quanto? Del 200%, ebbene sì, un rilascio forte quanto quello che si ha con la somministrazione di una dose piena di anfetamina. L'effetto nocebo è diametralmente opposto al placebo: riprendendo l'esperimento della signora operata di toracotomia, invece di crearle un'aspettativa positiva, le si dice che all'interno del bicchiere d'acqua vi è un farmaco che aumenterà il dolore, ed effettivamente il movimento della paziente ridiventa limitato a causa dell'aumento del dolore. Un altro esempio? La comunicazione della diagnosi negativa: dire "Le rimangono 6 mesi di vita" peggiora la situazione aumentando il dolore psicologico, emotivo e fisico della persona dato dall'ansia anticipatoria creata. Ad oggi questi studi non stanno affermando che le suggestioni verbali debbano essere l'unico farmaco da somministrare in quanto non tutte le persone rispondono in maniera uguale e la durata nel tempo è limitata, ma solleva delle questioni fondamentali riguardanti il modo di comunicare con i pazienti, questioni che dovrebbero essere affrontare in maniera chiara e ripetuta dai professionisti medici se vogliono aumentare la propria efficacia comunicativa e terapeutica e se vogliono garantire, per quanto possibile, il benessere psico - emotivo del paziente. "La speranza è un farmaco. Come le parole possono vincere la malattia" è un libro scritto da Fabrizio Benedetti e che consiglio a tutti i professionisti sanitari per comprendere, mediante degli studi scientifici approfonditi, il valore delle parole empatiche, di conforto, di fiducia e di motivazione che dovrebbero essere la base su cui costruire qualsiasi terapia, perché ritengo che ci sia sempre qualcosa da fare anche quando non si può più far nulla.

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