Perché fai il medico?

October 29, 2018

 

 

 


Hai presente quei momenti in cui vorresti mollare tutto?

A me è successo, in diverse occasioni, e probabilmente mi succederà altre volte.

Mi è successo di ritrovarmi "nella selva oscura" pervasa dalla voglia di abbandonare i miei progetti, i miei lavori, alcune relazioni, alcuni luoghi. E' umano essere attratti dall'arrendevolezza, dalla voglia di scappare e lasciare tutto così com'è, è catastroficamente umano provare una delle sensazioni peggiori che esistano: la disillusione. 

La rabbia è migliore, infatti quando sei arrabbiato/a hai ancora il fuoco dentro te che spinge per uscire e cambiare le cose. 

Anche la tristezza non è male: quando sei triste hai quella piccola fiamma che si equipaggia per non spegnersi, cerca in tutti i modi di uscire dalla situazione.
Ma quando arriva la disillusione l'elettrocardiogramma delle proprie azioni inizia ad appiattirsi lentamente, ogni atto è inutile, non si scorge più il senso delle proprie scelte. 

 

In ambito medico la disillusione è il nuovo cancro emergente e la si riscontra nelle fughe dagli ospedali da parte dei medici, nelle statistiche che provano come il fenomeno burn out stia sempre più crescendo e in quell'alone di distacco presente negli occhi della maggior parte dei clinici (Se ti va di approfondire l'argomento della condizione attuale dei medici leggi il mio precedente articolo: Sono un medico e non ce la faccio più). 
 

Nei miei momenti di disillusione mi sono resa conto che la terapia migliore che mi serviva per uscire dalla frustrazione e ripiombare nell'entusiasmo e nella passione di portare avanti i miei sogni era la motivazione. 
Qual è la benzina che ti spinge ad andare avanti? 
Perché hai scelto questo cammino?   
Qual è il motore che ti fa continuare a camminare, invece che metterti in un angolo e toglierti le scarpe?
Chiudi gli occhi, respira e tornando indietro nel tempo visualizza l'esatto momento in cui hai deciso di intraprendere la strada clinica. 
Cos'è che ti ha fatto esclamare: "Voglio fare il medico!"? 

In tempi meno recenti si parlava di "vocazione" ovvero di vera e propria chiamata divina nel fare il medico, ma nella medicina moderna questo termine appare lontano e delle volte esagerato. 
Eppure, voglio sperare, che dentro ogni clinico ci sia una motivazione talmente forte che lo spinga a non abbandonare la propria professione. 

 

Ricordo una volta il mio amico, ex chirurgo toracico Sartori Francesco che mi disse che decise di fare il medico perché suo padre era medico ed era cresciuto sentendo sempre parlare di medicina, ma la vera scoperta che fece anni dopo è stata il rapporto con il paziente: motivazione per la quale, citando le sue parole: "non ho lavorato un giorno della mia vita, perché mi piaceva quello che facevo e sentivo un reale trasporto nei confronti della sofferenza"
Oppure Melossi Leonardo, neuroriabilitatore, iscritto alla facoltà di Medicina per la paura di ammalarsi, ma di fatto la motivazione che ancora lo mantiene in corsia è la relazione con i suoi pazienti, anche se, nel suo caso, in coma e la continua riscoperta di se stesso.
E Zambon Giampaolo, neurochirurgo che decise di diventare medico in terza elementare e non abbandonò mai il suo sogno, anche ora pur vivendo la trincea quotidiana. 


L'Università non aiuta di certo i giovani futuri camici bianchi a
riflettere sulla "propria benzina", ma anzi li trasforma in professionisti enciclopedici dalle avanzate competenze tecniche e scientifiche, ma insensibili all'ascolto del proprio sé e di conseguenza dell'altro; e il lavoro quotidiano dei medici già affermati non giova alla riscoperta della motivazione: burocrazia, medicina difensiva, bisogni aziendali, competitività e astio da parte dei pazienti sono all'ordine del giorno.
Una professione, quella clinica, che dovrebbe essere permeata da passione, amore e gratificazione, risulta essere invece una feroce corsa alla sopravvivenza.


In tempi sempre più oscuri e dalle problematiche sempre più gravi, è importante fermarsi un attimo per riscoprire la propria motivazione e ripartire più carichi.
Ritrovarsi nel preciso momento in cui si è scelto di diventare medici: torna indietro nel tempo e ritrova quell'entusiasmo e forza che sono stati gli ingredienti per arrivare al punto in cui sei ora. 
Ed è essenziale, a mio parere, che i clinici si aprano alla condivisione dei propri stati d'animo per giungere ad un progetto comune che, spero vivamente, sia sempre quello di curare e, se non possibile, prendersi cura delle persone malate.
Passando per il prendersi cura di se stessi. 
E quindi ben vengano progetti di aiuto e ascolto delle emozioni dei professionisti clinici, delle attività di role playing e della presenza di figure che possano aiutare la delicata professione sanitaria. 

Prima di rimetterti a lavoro chieditelo:

Qual è la mia motivazione? 










   

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