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Arrivederci nonni!


È da un po' di tempo che non scrivo nel blog, ma sono stata occupata con dei saluti importanti, non quelli fugaci e senza colore, ma quelli intensi composti da note di eternità: Silvio, mio nonno, è morto due settimane fa. L'anno scorso è stata la volta di Bruna, mia nonna. Tristezza e nostalgia si alternano a profonda gratitudine per averli conosciuti, vissuti e per aver attinto da loro semplici, ma importanti insegnamenti.

Entrambi sono morti in una struttura ospedaliera, infatti mia nonna ha chiuso gli occhi alle 9.32 in rianimazione, mio nonno invece alle 22.15 in un hospice*: i luoghi in sospeso tra la vita e la morte per antonomasia. *(Per chi non avesse mai sentito parlare degli hospice: sono quelle strutture in cui vengono ricoverate le persone con una malattia allo stadio terminale) Quei luoghi in cui senti il silenzio, ma non quello assordante pervaso da gente tediata e tediosa, bensì quello sacro, quello in cui le persone in sala d'aspetto sono profondamente legate da emozioni simili: la paura, l'arrendevolezza, ma anche la speranza, il desiderio di tirare fuori il sorriso più smagliante per donarlo al proprio parente sul letto d'ospedale; quel silenzio sacro fatto di timidi sorrisi scambiati con le infermiere, con i medici, con gli altri parenti; quella sacralità onnipresente pur senza nominare Dio. In quei luoghi è tutto in sospensione: le lamentele, le critiche, i giudizi, l'arroganza vengono debellati per dar forma a qualcos'altro, qualcosa di profondo, qualcosa che non deriva dalle conoscenze accumulate, dai titoli o dallo status, ma proviene dalla "pancia del cuore" come direbbe il poeta colombiano Jairo Aníbal Niño.

Ho avuto la netta sensazione che la rianimazione e l'hospice siano un elogio alla vita, in quanto così tremendamente vicini alla morte e lo si respira nel modo di fare, e di essere, della maggior parte delle persone che vi lavorano: cura, attenzione, gentilezza, ascolto reale, insomma sì avete presente gli slogan aziendali? Ecco, in contesti come quelli non sono caratteristiche destinate al fine di "vendere di più" o "fare una buona impressione (per vendere di più, per inciso)" ma sono pieghe dell'animo di chi ci lavora, altamente necessarie per il paziente, per i familiari e per loro stessi. Ricordo un'infermiera di rianimazione che quando andava da mia nonna le parlava con una dolcezza e grazia inimmaginabili pur essendo una sconosciuta che entrava nella sua vita, oppure tutte le infermiere che si prendevano cura di mio nonno (ovviamente allietato dalla loro presenza fresca e giovane) "impiegando il loro tempo" nel chiacchierare con lui ascoltando i suoi racconti, o l'abbraccio che la dottoressa ha dato a mia mamma quando "Silviet" aveva appena dato l'ultimo respiro, ma anche l'accortezza e chiarezza nell'informarci di quello che stava succedendo, di quello che avremmo potuto fare e di quello che ci saremmo dovuti aspettare, e credetemi non è come avvertire una persona della mancanza della taglia di una maglietta vista in vetrina, naaah, è tutt'altra cosa. Tra quelle mura si scorge tutta l'umanità possibile: del paziente, dei familiari/amici e di tutti gli operatori sanitari, è come se ci si trovasse tutti sulla stessa barca in cui le emozioni tenute a bada per tanto tempo esplodono irruentemente nell'atto finale dell'esistenza.

In quel labile confine tra il "qui" e il "lì", tra la vita e la morte, tra il mondo delle (poche) certezze e il mondo al cui ingresso vi sono le famose colonne d'Ercole oltre le quali nessuno di noi puo' giungere, soprattutto intellettualmente, appaiono fondamentali gli incontri con gli operatori sanitari, così come il loro lavoro che, come ho compreso soprattutto nell'ultimo periodo, deve piacere R-E-A-L-M-E-N-T-E, dal profondo del cuore: si possono improvvisare le azioni da intraprendere per prendersi cura, ma non si puo' improvvisare l'autenticità posta nel prendersi cura. Banalmente, ti deve piacere il rapporto con l'Altro diverso da te, e non è un piacere assodato quotidianamente, ma anzi presuppone un lavoro su se stessi continuo. Sì, un lavoro su se stessi continuo, come mi diceva Antonella, un'infermiera dell'hospice che ho rivisto qualche giorno dopo per ritirare il certificato di morte, con la quale, dopo un lungo e sentito abbraccio, ho avuto modo di confrontarmi sulla sua professione: piano piano, lutto dopo lutto, lacrima dopo lacrima, ha raggiunto la forza, non quella del muscolo o quella che ha la sfumatura dell'aggressività, bensì quella dello spirito: la forza dello spirito che ti fa risiedere meno nel giudizio e più nella comprensione e accettazione, anche dei propri limiti. La morte dei miei nonni non ha fatto altro che confermare l'importanza della relazione con tutti i professionisti sanitari e l'enorme lavoro da fare per migliorarla sempre più. Quindi non posso che ringraziare Bruna e Silvio per avermi dato - utilizzando una bella terapia d'urto eh- un'ulteriore opportunità per comprendere. E grazie a tutte le persone "vestite di bianco" che si sono alternate per aiutare il compimento di questo loro viaggio chiamato Vita.

#hospice #rianimazione #JairoAníbalNiño #panciadelcuore #nonni

 

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