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A Natale bisogna essere tutti più buoni, o forse no?


Non appena iniziai a parlare del mio progetto a familiari e amici notavo che una domanda che mi veniva frequentemente posta era:

"Ma quindi intendi dire che i medici dovrebbero essere più buoni con i pazienti?"

Ecco, in un'occasione come quella natalizia dove ci si sente tutti maggiormente portati all'apertura verso gli altri e al dare delle tinte di bontà ad ogni gesto (tradizione popolare o Bibbia pubblicitaria, chi lo sa da dove deriva questo insegnamento!), mi voglio spiegare su questo punto.

No, non intendo dire che i medici dovrebbero essere più buoni per due motivi principalmente:

1. Non possiamo definire la "bontà ": cosa vuol dire essere e/o fare i buoni? E' innata o acquisita nel tempo? E' permanente o transitoria?

Se un medico è buono (ognuno lo intenda come vuole), ma sbaglia le diagnosi, che ne possiamo pensare? Ad esempio che è un medico buono, ma non è un buon medico... ahia, c'incartiamo semanticamente.

2. Conseguentemente alla prima motivazione: non è la bontà il punto di vista dal quale osservare la relazione medico - paziente.

Portando sulla scena la mia vicenda personale - l’incidente stradale - ricordo che spesso alla fine delle mie riflessioni scaturite dall’osservazione delle relazioni che s’instauravano con i medici mi ritrovavo a scrivere nella mia agenda una cosa: QUEL QUALCOSA IN PIU’.

Da lì ha avuto inizio la mia ricerca: i medici con cui riuscivo ad instaurare una relazione realmente terapeutica erano quelli che avevano “quel qualcosa in più”: la bontà? No. Le competenze tecniche? Nemmeno. La gentilezza e l’onnipresente sorriso? No, è utopistico pensare che una persona possa avere con se’ sempre un sorriso smagliante. “Quel qualcosa in più” ho iniziato a studiarlo, ricercarlo, sperimentarlo e sono arrivata ad una conclusione: quel qualcosa in più che permetteva una fluida relazione e conseguente comunicazione era l’autenticità.

E’ vero che anche questo termine è vago e scivoloso, ma vi propongo un esercizio sotto forma di domande per capire meglio: Provi passione per quello che fai? Provi passione, nonostante le difficoltà, i problemi, le delusioni e gli ostacoli? Provi “quel qualcosa in più” che ti scaturisce da dentro e ti fa amare quello che fai? L’autenticità la puoi riscontrare nell’insegnante che spiega quanto per lei sia importante fare bene il suo lavoro, o nel ristoratore che ha voglia di raccontare come quel pane che si sta mangiando sia arrivato sul tavolo e quanta fatica e impegno ci siano dietro, oppure nel parrucchiere che spiega come adora esaudire i “sogni di bellezza” delle persone. Lo psicologo Daniel Stern la definisce come “l’esperienza di sentirsi se stessi e di sperimentarsi nella propria mente, nei propri sentimenti e nelle proprie azioni”. Paolo, chirurgo che mi operò l’occhio sinistro a causa del fracasso facciale, è stato il primo esempio di medico autentico incontrato: rappresentava la perfetta sintesi tra le competenze tecniche e competenze relazionali, con annesso “qualcosa in più” ovvero la passione nell’essere e fare il medico e credetemi che affrontare un percorso terapeutico con una persona autentica è già di per se’ curativo perché era come se sentissi “la sua sicurezza” nell’essere quello che è, nonostante il dovermi dire che il pavimento oculare era completamente distrutto e non sapeva quanto sarebbe riuscito a ricomporre il puzzle. L’altro aspetto positivo del lavorare sulla propria autenticità? Ritengo che l’”esperienza di sentirsi se stessi” possa portare ad essere maggiormente consapevoli anche del rovescio della medaglia della propria passione, in ambito medico credo sia giunto il momento di dirlo senza vergogna: è normale che un medico possa odiare il suo lavoro a causa, ad esempio, dello stare molto vicino alla sofferenza e al dolore. E solo ripartendo dall’autenticità ovvero permettendosi di dire ad alta voce gli aspetti negativi e quindi legittimandoli che, credo, si possa instaurare una relazione terapeutica che si possa definire tale senza nascondersi dietro lo scudo del cinismo, della fretta e dell’ascolto non reale e vi posso assicurare che “dalla parte dei pigiami” (citando il libro di Paolo Cornaglia Ferraris “I camici e i pigiami”) inconsciamente o meno, si sente aiutando così il percorso di cura. Quindi per questo Natale Auguro a tutti voi di lavorare nella e per la vostra Autenticità, qualunque ruolo stiate ricoprendo. Buon Natale, Nicole.

#natale #autenticità #bontà #comunicazionemedica #medicopaziente #chirurgia #gentilezza

 

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