Ah, se il malessere fosse firmato Louis Vuitton!

May 28, 2019

 

 

Eccola lì: la boutique di Luis Vuitton. Mi trovo su Via della Spiga a Milano, le vetrine ai lati della strada sono una più curata e intrigante dell’altra. Decido di entrare, alla porta c’è un ragazzo sorridente ad attendermi e ad accogliermi con un bel buongiorno.
Appena entro, vengo pervasa da un profumo di gelsomino misto lavanda accompagnato da una bella musica avvolgente, rimango ferma per un istante per godermi questa sontuosità e cura dei dettagli; non appena decido di dare un’occhiata vengo immediatamente intercettata da una commessa altrettanto sorridente: “Buongiorno, benvenuta in Louis Vuitton. Come posso aiutarLa?”. 

 

 

Eccolo qui: il pronto soccorso dell’ospedale vicino casa, sono venuta perché credo di essermi fratturata due dita della mano dopo essere scivolata giocando con i miei figli. Il dolore è intenso e la mano si sta sempre più gonfiando. Sono le 20 di un mercoledì sera, mio marito mi ha accompagnato e sta cercando un parcheggio, entro dall’ingresso principale, c’è un silenzio assoluto, mi aggiro per la sala d’aspetto, ma non c’è proprio nessuno, il dolore aumenta sempre più.
Vado verso un corridoio lungo e vedo sulla parete un cartello con scritto: “Com’è la tua esperienza in ospedale? Bollino rosso, giallo o verde, prendi un opuscolo e comunicacelo”.
La mano è gonfissima. 

 

 

Ricambio il buongiorno alla commessa e le comunico che sono principalmente interessata al modello di borsa “Twist MM” vista giusto qualche giorno prima su Instagram, ma vorrei vedere anche altri modelli.
Le si illuminano gli occhi, mi dice di seguirla in un’altra stanza e arriviamo nel vero e proprio tempio delle borse: tavoli in cristallo con all’interno tutti i modelli di borse, uno più colorato e impreziosito dell’altro, ho l’acquolina in bocca, vado in visibilio. Sabrina, la commessa (ormai eravamo entrate in confidenza), dopo aver tirato fuori i modelli che volevo toccare con mano, contatta con l'auricolare un certo Mark dicendogli che si trova in “Area Bags” con una cliente. Tempo 40 secondi arriva Mark, mi saluta e gentilmente mi porge un flute di champagne augurandomi di vivere una buona esperienza da Luis Vuitton. 



Vicino a quella che sembrerebbe essere la segreteria vedo un campanello con scritto “Suonare”. Suono e attendo. Nessuna risposta. Decido quindi di suonare nuovamente. Finalmente sento una voce  femminile dall’altra parte: “Sì, chi è?”.
Rimango un attimo perplessa: cioè, questo è un ospedale quindi in teoria la “clientela” maggiore è gente che non sta proprio in forma, quindi o hanno ordinato una pizza a domicilio e la stanno attendendo oppure… “Ehm, buonasera, sono Beatrice Rossi, credo di essermi fratturata le dita della mano”, ma mentre lo dico non mi sento a mio agio, mi sento questa strana sensazione di disturbare, di non essere nel posto giusto, di avere davanti a me una lunga strada in salita. Dall’altra parte la voce risponde: “Sì, arrivo”.

 

 

Sono attorniata da bellezza e cura dei dettagli. Le borse sono stupende, sono veramente indecisa: sto pensando agli abbinamenti che posso fare, le occasioni nelle quali indossarle, cosa avrebbero detto le mie amiche…
Sabrina è praticamente sempre a fianco a me, è gentilissima, mi sento decisamente a mio agio. Do un’occhiata alla borsa che si sta provando una turista coreana, mi piace anche quella, Sabrina se ne accorge e sorridendo va immediatamente a prendere anche quel modello e porgendomelo mi dice di prendermi tutto il tempo di cui ho bisogno.



Si aprono le porte a fianco della segreteria, esce una donna sulla quarantina, con le mani nelle tasche del camice bianco e guardandomi mi chiede: “Allora, che si è fatta?”.
La sensazione di disagio continua, se potessi uscirei di corsa da quel posto, ma la mano si sta sempre più repentinamente gonfiando, devo sapere cosa mi sono fatta e come posso curarmi. Con voce decisamente tentennante rispetto al mio solito le dico che credo di essermi fratturata due dita, stavo giocando con i miei figli e correndo sono scivolata appoggiando la mano a terra, vorrei anche dirle la tipologia di dolore, ma vedo la sua espressione già scocciata quindi non proseguo.
Lei guarda la mano furtivamente e mi dice di sedermi in sala d’aspetto ed attendere di essere chiamata.
Io le chiedo se devo lasciare un nome, un riferimento, qualcosa e lei: “Sì chiaro se no come facciamo a chiamarLa? Attenda il mio collega che le farà firmare un foglio.”
E in tutto ciò sono contenta di vedere mio marito entrare, altrimenti come farei a firmare con due dita rotte? 

 

 

 

Sabrina mi chiede se desidero un altro flute di champagne, ma preferisco sorseggiare un succo alla frutta. La mia richiesta viene immediatamente accolta, ecco di nuovo Mark arrivare con il bicchiere di succo allo zenzero e arancia. Sono comodamente seduta su una poltrona in velluto color ambra, questo negozio è strepitoso, il modo in cui mi fanno sentire è meraviglioso: si stanno prendendo cura di me e della mia “esperienza d’acquisto”, ricordo che studiai questo concetto al corso di Marketing Esperienziale, e beh devo dire che si stanno proprio dando da fare. 

 

 

 

Luca, mio marito, mi chiede cosa mi hanno detto. Io gli dico che devo aspettare e che non so nient’altro. Lui, guardandosi attorno, rimane stupito che debba aspettare visto che non c’è nessuno, ma reduce dal fatto che sua madre è infermiera sa che il primo ingrediente da portare in ospedale è la pazienza, anche se non sei un paziente. 
Dopo una trentina di minuti circa si riaprono le porte ed esce un ragazzo che mi dice: “E’ lei quella della mano?”, io gli dico: “Sì, sono io, Beatrice Rossi”. Mi dice di seguirlo, per fortuna non ha alcun foglio da compilare. Luca si è alzato, vorrebbe venire con me, ma gli viene detto che non può accompagnarmi.
Chiedo al ragazzo dove stiamo andando e lui sorridendomi mi esorta a stare tranquilla.
Arriviamo davanti ad una porta bianca, il ragazzo (credo infermiere) mi dice di aspettare lì fuori e se ne va. La porta ha il simbolo quello giallo, quello di pericolo con il teschio: il dolore aumenta, la mano sembra un salame da quanto gonfia è ed io sono tutto tranne che tranquilla.

 

 

“Sabrina, ma tu come mi vedi meglio? Questa a tracolla con le perle oppure quest’altra a fascia larga?”, prontamente Sabrina mi osserva dalla testa ai piedi e mi chiede quali ambienti frequento solitamente, sì insomma che vita conduco. Le racconto un po’ della mia vita, delle mie passioni, dei miei hobbies dicendole soprattutto che mi piace essere comoda, ma avere sempre un pizzico di glam riconoscibile da tutti. Sabrina mi dice che secondo lei nessuna delle due borse è adatta, ma ha un modello che sembra essere stato creato apposta per me: Petite Boit Chapeau, solo a dirlo mi sento una parigina che sta passeggiando lungo i boulevards. Vedo il modello: è formidabile, è la giusta sintesi tra il moderno e il retrò, proprio come me; Sabrina decisamente ha capito come sono e di cosa ho bisogno. 

 

 

Dopo una ventina di minuti si apre la porta, esce un uomo con il camice bianco e mi dice: “E’ Lei quella della mano?”, sì sono io “quella della mano”, ormai è un’ora passata che sono qui ed ho perso il nome. Mi dice di entrare, di dispormi a fianco dell’apparecchiatura e di appoggiare la mano.
Ah, ecco. Dietro la porta bianca c’è la radiografia, avrebbe potuto dirmelo l’infermiere.
Intanto lui è andato dietro una cabina a vetri dove ad attenderlo c’è la dottoressa di prima, mi dice di spostare la mano più verso destra, no verso il centro, ancora un po’ a destra, ed io penso a quanto sarebbe tutto più facile se la posizionasse direttamente lui perché spostarla mi fa male e visto che lui sa dove metterla esattamente sarebbe tutto più immediato.
La dottoressa mi dice di stare completamente ferma. Poi li vedo scambiarsi un’occhiata, mi guardano, riguardano lo schermo e affermano quasi all’unisono: “Proprio una brutta frattura, ma che cosa avrà combinato mai!?”, il loro tono è fastidiosamente inquisitorio che mi sento quasi in colpa di essermi rotta le dita e vorrei semplicemente sprofondare.
Per poi aggiungere: “Eh, non so se ritornerà come prima questa mano”.

 

 

La prendo, la voglio, è la borsa per me! Un’ora nella boutique ne è valsa decisamente la pena: attenzione, cura, coinvolgimento, tutto ciò da Louis Vuitton, che grande esperienza.
Sabrina, con la quale tra l’altro ho anche stretto amicizia (sì insomma, seguo il suo profilo Instagram), mi dice che la mia nuova Petit mi attende in cassa e che è stata una vera emozione aiutarmi.
Inoltre ha con sé un I - pad con la cover che richiama il motivo della borsa e dicendomi che mi farà alcune domande riguardanti il servizio ricevuto, mi porge un piattino di frutta. Mi risiedo sulla poltrona color ambra e gustandomi dei chicchi d’uva mi ritrovo a dire “Eccellente”, ad ogni sua domanda. 

 

 

 

I camici bianchi mi dicono di andare al secondo piano in ortopedia e di attendere fuori lo studio del dottor. Verdi.
Io sono altamente preoccupata, sì insomma mi hanno appena detto che la mano forse non tornerà come prima.
A questo punto vorrei informare Luca, ma il cellulare non mi prende quindi cerco di ritornare verso il pronto soccorso, sto per entrare in una sala di mezzo tra il PS e la radiografia, ma un’infermiera mi dice che lì non posso entrare, ma devo fare un altro giro, alchè le chiedo gentilmente se potrebbe affacciarsi lei al PS e chiedere di Luca e mandarlo in ortopedia, sì lo so, un “modo casereccio” di fare, ma vorrei avvertirlo e stare con lui. Lei, infastidita, mi chiede se l’ho presa per una segretaria e laconicamente mi dice di no, non avvertirà mio marito.
Mi dirigo al secondo piano e intanto provo ad inviare un messaggio a Luca.
 

 

 

Dopo aver gustato un po’ di frutta e risposto alle domande di Sabrina, mi dirigo verso la cassa.
Non appena arrivo, c’è una giovane ragazza ad attendermi che con un sorriso smagliante mi chiama per nome e cognome: Cristina Bianchi e mi porge la scatola contenente la mia nuova Petit.
Le do la carta di credito, effettua il pagamento, me la riconsegna.
E poi mi porge un invito ad un evento esclusivo di Louis Vuitton che faranno da lì a breve.
Sorrido, la ringrazio. Rivedo anche Mark che mi ringrazia e mi dice che spera di rivedermi al negozio.
Risaluto Sabrina.
Mi avvio verso l’uscita, il ragazzo mi apre la porta, saluto.
C’è un sole meraviglioso ad attendermi ed io ho una borsa strepitosa tra le mani.
Penso che il modo con il quale mi hanno accolta abbia fatto il 90% dell’acquisto.

 

 

Sono su una sedia di fronte alla porta dello studio del dottor. Verdi da circa 40 minuti. Fortunatamente sono riuscita ad avvertire Luca che è qui con me, le dita ormai sono enormi e tanto doloranti.
Ci sono altre persone in questa sala d’attesa (ma dov’erano prima tutte queste persone?): chi ha il collare, chi è sulla sedia a rotelle, chi ha la gamba più gonfia della mia mano. Cerco di capire se stanno tutti attendendo lo stesso medico, ma la maggior parte non lo sa, gli è stato solo comunicato di andare in ortopedia dove li avrebbero chiamati. 
Si apre la porta, vengo chiamata: “Mano fratturata?”, eccomi, entro nello studio.
Mi ritrovo l’infermiere che mi aveva “sedotta con lo stare tranquilla e abbandonata davanti una porta” e il dottor. Verdi dietro la scrivania che sta guardando un foglio. Non mi guarda, non mi saluta, è intento nel suo foglio.
Il disagio cresce, dovrei dire qualcosa? Guardo l’infermiere che guarda il medico.
Esordisco dicendo che è un dolore tipo fitta molto intensa e che anche il polso mi fa male.
Il medico mi guarda e mi dice: “Sì, abbiamo capito che Le fa male. Lei ha una brutta frattura, che cosa pretende? 40 giorni di gesso e ci rivediamo qui per un’altra radiografia.”
Mi porge un foglio, mi dice di andare in sala gessi.
Prendo la diagnosi, me la metto in borsa, ringrazio, vorrei fare altre domande, ma non me la sento, c’è sempre quel blocco di disagio che mi porta a non fare domande più del dovuto.
Apro la porta, saluto, Arrivederci, dico a Luca che mi devono ingessare.
Penso ai miei figli e a come si divertiranno a colorare sul gesso.
Penso che fra 40 giorni devo tornare qui e il disagio cresce.
E poi penso che il modo con il quale mi hanno accolta abbia fatto il 90% del malessere che sento. 

 

 

 

 

Luca è andato a prendere la macchina, io lo sto aspettando nella sala d'aspetto del Pronto Soccorso, guardo il mio gesso e penso alle domande che avrei voluto fare al dottor Verdi, ma il timore di disturbarlo è stato più forte, non appena penso a tutto ciò vedo avvicinarsi la Dottoressa che incontrai per prima, è senza il camice, ha terminato il turno. Mi chiede cosa mi ha detto il medico: è gentile, disponibile, aperta, mi dice di stare attenta a non bagnare il gesso e di non preoccuparmi.
Alzandosi mi guarda negli occhi e salutandomi si scusa per i modi che aveva avuto all'inizio, "purtroppo", aggiunge "la professione che ho scelto toglie un po' la leggerezza del vivere", ci auguriamo la buonanotte con un sorriso. 
Luca è arrivato, si torna a casa. 

 

 

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