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Come stai, professionista sanitario?








All'inizio della mia ricerca mi concentravo molto sul "come" dovrebbe essere una buona comunicazione tra malati e curanti, quindi studiavo modelli, paradigmi, tecniche di ascolto attivo, la comunicazione non verbale, tutte cose sicuramente utili e interessanti. Ma aride. Mi stavo allontanando dal cuore della questione che mi ha spinta a procedere con il mio progetto. Avete presente la frase della coreografa Pina Bausch? "Non sono interessata a come si muovono le persone, ma cosa muove le persone."


Perché moltissime persone non hanno una buona esperienza relazionale con i curanti? Perché moltissimi curanti non hanno una buona esperienza relazionale con i malati/famigliari/cittadini? Perché proprio negli ambienti di cura l'aspetto relazione non è curato? Non dovrebbe sorgere spontaneamente?

Certo la formazione universitaria aiuta molto in questa noncuranza. Ma c'è qualcosa di ancora più endemico. La relazione di questo tipo si basa su quei quattro/cinque ingredienti che non vorremmo mai affrontare: sofferenza, paura, incertezza, vulnerabilità, morte. Ovviamente i vari scenari portano in sé diverse gradazioni: un malato terminale in un hospice è più vulnerato rispetto ad una persona che si è rotta la gamba sciando, certo. Entrambi i casi, comunque, non sono caratterizzati dal finire a "tarallucci e vino".


Una delle grandi differenze che ci sono tra i cittadini e il personale sanitario è questa: i primi, quando si ammalano si rendono conto di cosa voglia dire incontrare i suddetti ingredienti, i secondi ne hanno a che fare tutti i giorni, in diverse forme. (Ovviamente viverlo sulla propria pelle è tutta un'altra storia, ma è impossibile che una persona possa capire fino in fondo il dolore di un'altra, mettiamocela via!).


Con questo cosa voglio dire? Coronavirus! E' l'argomento principe di questo periodo che non potevo non nominarlo.

Non prenderò in considerazione gli aspetti più o meno sensazionalistici del fenomeno, ma voglio utilizzare questa tematica come esca per focalizzarci su tutti i professionisti sanitari. Dai medici, agli infermieri, agli Oss. Sono loro che stanno affrontando i casi di infezione. Noi leggiamo in un articolo di giornale che c'è un nuovo caso di coronavirus, facciamo un grande respiro toccando ferro sperando che non capiti a noi e poi voltiamo pagina. Stessa cosa con le notizie di un incidente stradale (sì, sono un po' narcisista!).

Di un cancro, una malattia rara ecc. Dietro "quel caso" c'è un essere umano che si ritrova nelle mani dei curanti. Curanti che sono sempre più sconfortati dal sistema, dalla mal organizzazione, dall'esaurimento emotivo, dalla mancanza "di cura" per la loro professione. Eppure sono lì.

Propongo di ricordarcelo, anche quando quest'ondata terminerà. Anche quando si affievolirà questo terrore serpeggiante che ci fa riscoprire il ruolo dei sanitari tanto da chiamarli "angeli" ed "eroi". Coronavirus lo associo ad una grande opportunità che ci viene data per ridimensionare la vita attorno a noi. E per ridimensionarci. E soprattutto per ascoltarci. "Come stai, professionista sanitario?" Come ti senti in mezzo a quotidiane deformazioni, odori, colori, disabilità? Come ti senti ad incontrare quotidianamente persone che stanno male e che ti fanno vedere come tu stesso potresti stare male?


Ecco, per la famosa buona comunicazione immaginiamoci di essere su una fune. Da una parte il curante, dall'altra il malato/cittadino. Guardiamoci negli occhi. Chiediamoci reciprocamente come stiamo. E poi ripartiamo ad affrontare insieme la vulnerabilità. O coronavirus che sia.

 

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