Sono un medico e non ce la faccio più


"E' tardi. L'ultima paziente entra nella stanza. Il suo ultimo esame di fronte a me - cattive notizie. Il tumore si è ingrossato. Ho esperienza in questo. Utilizzo le "giuste" parole. Lei crolla, gli occhi iniziano a bagnarsi. L'infermiera specializzata ci raggiunge, le prende la mano. In questo marasma di intense emozioni, io non provo niente. Nessuna lacrima, nessun colpo al cuore. Gentilmente le spiego i prossimi passi da fare, disperatamente sperando che non si accorga del vuoto dietro le mie parole".

Così inizia la lettera inviata al Guardian e scritta da Eileen Parks, dottoressa del reparto di oncologia dell'ospedale di Belfast.

Le sue parole denunciano un fenomeno sempre più dilagante nell'ambiente medico, ovvero il burnout descritto come: "Uno smorzamento delle emozioni, una sensazione di distacco. Lo riconosco in me stessa e nel cattivo umore dei miei colleghi."

Prosegue affermando: "Più della metà di giovani medici oncologi che lavorano nel nord Europa mostrano segni di burnout, incredibilmente un numero alto".

"Qual è la parte più difficile del mio lavoro? Scusarmi, tutti i giorni, per qualcosa che non è sotto il mio controllo. Mi dispiace, la sua TAC è in ritardo. Mi dispiace se l'antidolorifico non ha ancora fatto effetto. Scusi, il suo trattamento è stato cancellato. Scusi, ma questa è la prima data disponibile. Mi dispiace per averla fatta aspettare, quando ogni singolo minuto prezioso è contato e scorre via troppo velocemente per far bene in un sistema sovraccaricato."

Secondo la Parks il sistema sanitario ha un ruolo molto importante nella sindrome da burnout: "L'austerity ha contribuito a creare questo sistema rattoppato, questa apparente assistenza sanitaria. Il tempo da dedicare ai pazienti con bisogni complessi e che necessitano di essere trattati con un percorso individuale è minimo. Se dedichiamo troppo tempo risultiamo inefficienti. Se cerchiamo di riorganizzare gli appuntamenti il management ci chiede perché sprechiamo così tanto tempo. L'umanità è completamente rimossa: rubata ai pazienti e prosciugata ai medici."

"Le conseguenze di questa situazione non sono ancora ben chiare. Certamente il burnout è collegato all'aumento degli errori medici e indubbiamente i pazienti ne soffrono per una mancanza di connessione, per non sentirsi ascoltati e compresi con il cuore. Essere ascoltati è uno degli aspetti chiave della terapia, se viene a mancare, manca anche la fiducia del paziente e questo porta ad un costo inestimabile del burnout."

La lettera continua affermando: "Non solo i pazienti, ma anche i medici vengono trattati come numeri. Vengono spostati da A a B, ogni singola azione viene messa in dubbio, ci si aspetta che lavorino oltre le loro possibilità. Lo shockante numero di suicidi di medici indica una cultura e un sistema che hanno fallito nel valorizzare la professione del medico."

"La risposta che ci viene data? Essere resilienti. Curare i medici e aiutarli a gestire il carico di lavoro, perché è inammissibile che non possa essere gestito. L'epidemia da burnout non ha portato ad una critica valutazione del sistema, bensì ad un focus sulla mancanza di carattere dei medici. E, sì, i medici continueranno a camminare sulla fune, stando attenti all'equilibrio, occhi fissi in avanti e piedi ben saldi. Finché la pressione aumenta quando ad esempio un collega ci scarica il suo lavoro, un paziente piange alla fine di un'intensa giornata o quando prendiamo velocemente una decisione che poi si rivela sbagliata. La fune traballa, i piedi scivolano, ma con rapidità ritornano in equilibrio. La pressione non diminuisce. La fune è più stretta. La colpa non si trova nella capacità di stare in equilibrio, ma nella fune. La fune si muove in maniera imprevedibile, si restringe e si allenta, sempre aspettandosi di più. Infine anche il più resiliente cadrà dalla fune, troppo esausto per camminare, troppo burned out per prendersi cura."

Ora, la lettera proviene dall'Irlanda del Nord, ma potrebbe essere stata scritta da un medico italiano.

Il documento redatto durante il 24° Congresso Nazionale di Anaao Assomed (Sindacato dei medici italiani) tenutosi dal 27 al 30 giugno dell'anno in corso afferma che le condizioni di lavoro dei medici italiani hanno raggiunto il punto più basso dell'ultimo ventennio.

Perché?

Fare il medico non è semplice per sua natura.

Se a questo si aggiungono ostacoli provenienti dall'ambito in cui opera è praticamente automatica la frustrazione .

Leggendo il documento si possono ravvisare due principali fattori "esogeni" che fanno da apri fila ad una rete complessa di sotto fattori.

Innanzitutto il progressivo de - finanziamento della sanità pubblica che ha portato l'Italia ad essere il Paese dell'OECD (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) con la minore spesa pubblica per la salute.

E si sa, senza tante danze statistiche, che tagliare la spesa vuol dire poca libertà di azione e malcontento. Basti pensare che ci sono milioni di ore non pagate e che i posti barelle dei Pronto Soccorso sono i nuovi posti letto.

Poi troviamo la subordinazione dei valori medici a quelli prettamente aziendali ed economici.

Ad oggi i "camici bianchi" sono dipendenti dalle decisioni di altre figure professionali che ben poco hanno a che fare con l'ambito medico, bensì con quello economico (ricordate la parte in cui la Parks parlava del management controllore?), insomma troviamo da una parte chi dice: "Il tempo nella relazione è tempo di cura" che s'interfaccia con, e dipende da chi dice: "Il tempo è denaro, meno ne sprechi più risparmiamo".

Medici che si ritrovano immersi in plichi di carte, e no, non le cartelle cliniche del singolo paziente, ma veri e propri documenti di budget.

Medici che a fianco ad una complicanza prettamente medica si trovano a dover affrontare, anche, una complicazione burocratica. Medici che si ritrovano a non poter più rispettare il primo punto del giuramento di Ippocrate secondo il quale ci si impegna ad esercitare la medicina in libertà e indipendenza di giudizio e di comportamento rifuggendo da ogni indebito condizionamento.

Uno dei più gravi fattori convergenti ai sopracitati è il blocco del turn over ovvero non vi è sostituzione del personale sanitario.

Questo significa principalmente due cose.

Aumento del carico di lavoro e carenza di personale, come infatti afferma il segretario della Fnomceo (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri) Roberto Monaco: "Saranno 11.800 gli specialisti che, nel pubblico, mancheranno all'appello nei prossimi cinque anni, soprattutto epidemiologi, patologi clinici, internisti, chirurghi, psichiatri, nefrologi e riabilitatori".

Fermandoci a queste problematiche e con un minimo di conoscenza di psicologia dell'essere umano o semplicemente pura sensibilità possiamo capire perché si possa parlare di crisi, insofferenza, scoraggiamento, stanchezza, stress.

E burn out.

Un fatto che conferma la tesi dell'esistenza di "medici bruciati" è la loro fuga dagli ospedali, dove l'unica nota positiva è che non vi è alcuna distinzione territoriale che crei diseguaglianza, infatti i medici stanno letteralmente abbandonando i luoghi di lavoro sia al Nord che al Sud.

Alcuni lasciano senza neanche aspettare il massimo della contribuzione pensionistica.

Altri, più giovani ed affamati di futuro, decidono di passare al privato dove ci sono meno rischi e più guadagni.

Monaco continua affermando: "I professionisti se ne vanno quando sono demotivati, quando vedono che le cose non funzionano. Non si può risparmiare sulla pelle dei professionisti: a farne le spese sarebbe l'intero Servizio Sanitario Nazionale e, in primis, i cittadini, soprattutto quelli che non possono permettersi di pagare le cure. Il Servizio Sanitario Nazionale deve generare equità, non essere fonte di disuguaglianze".

Pensare che i medici stiano abbandonando gli ospedali pone riflessioni sui potenziali scenari futuri che non si prospettano per niente rosei.

Eileen Parks parla di "uno shockante numero di suicidi di medici", nel BelPaese si parla di "fuga dagli ospedali", gradazioni di gravità differenti certo, tuttavia in entrambi i casi si respira un possibile collasso del sistema della cura, in quanto malato al suo interno.

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