Un po' di filosofia non fa mai male


Il mio cavallo di battaglia non è di certo la costanza, sto cercando di farmela amica da tanto tempo, ma ahimè invano (non mi arrendo comunque!) Scusandomi con le persone che si aspettavano un aggiornamento continuo e dando un high five a quelle che invece hanno fatto un sospiro di sollievo nel non vedere intasata la casella postale, mi accingo a salutarvi e raccontarvi un po' cosa sto combinando.

Ci siamo lasciati al mio augurio natalizio (se ve lo siete persi potete rivederlo qui ), e tra i regali, qualche bicchiere di vino e tanto buon cibo mi sono ritrovata catapultata a gennaio, mese in cui mi sono iscritta ad un master di cui stavo cercando informazioni da diverso tempo: Consulenza Filosofica e Antropologia Esistenziale, o definibile anche "Come farsi le seghe mentali in maniera formalizzata". E' un percorso di studi che durerà un anno e devo dire che mi entusiasma assai: l'unione tra la filosofia (non tanto intesa come il susseguirsi delle diverse correnti filosofiche, quanto il vero e proprio esercizio del pensare e-mannaggia-alla-mia-mente-che-non-si-spegne-mai!) e l'antropologia esistenziale quindi lo studio dell'essere umano immerso nel suo mondo di senso, o perdita di esso, sembra proprio essere adatta a me, ai miei interessi e al dove vorrei arrivare.

"Come?! Ma non si occupava di comunicazione medico - paziente? Cosa c'entra adesso la filosofia? Il mondo di senso?!?". Ebbene, come ben sapete mi ritrovo in questo spazio virtuale grazie ad un bel botto fatto in macchina più di due anni fa, evento per cui ho capito un po' di cose (oltre a quelle meramente pratiche come ad esempio l'importanza di allacciarsi la cintura anche se si è seduti dietro in modo tale da, forse, potersi evitare qualche frattura), prima su tutte e centrale: a fianco dei traumi fisici stavo vivendo traumi psico - emotivi ed esistenziali. Mi spiego concretamente: un esempio di trauma fisico vissuto è stato la frattura del bacino, non era il più grave fra tutti, ma è stato il più "forte" da vivere (insomma ero bloccata a letto, completamente ferma, con dei chiodi all'interno dell'amico osso, con relative battute sul mio essere "una donna bionica"), ed era ben accompagnato dallo shock psicologico nel ritrovarmi in un ospedale, toccata da persone a me completamente sconosciute, con un andirivieni di amici e familiari spaventati ed impauriti, il tutto ben legato dalle cosiddette "domande esistenziali" che tendenzialmente presuppongono un bisogno di significato: "Sopravviverò?", "Rimarrò a vita in questa condizione?", "Come farò a vivere la vita che voglio stando così?", "Perché è successo tutto questo?", "Perché devo soffrire così tanto?", "Che senso può avere tutto questo dolore?", "Che ruolo hanno i progetti se in un secondo l'intera vita può cambiare le carte in tavola?" (n.b. stavo per laurearmi e trasferirmi in Spagna) e tante altre, quesiti che nascevano nel momento in cui ebbi la piena consapevolezza che la mia vita stava vivendo un bell'arresto e conseguente cambio di rotta. Generalmente le domande di senso nascono in quelle situazioni che mi piace definire "di limite": incidenti, malattie, lutti, separazioni, catastrofi, detto in soldoni: quando tutto scorre tranquillamente si è meno portati a porsi le domande sul significato, a meno che non ci si chiami Socrate o si è bambini, perché infatti come diceva il filosofo tedesco Heidegger: - "Se volete progredire, tanto in filosofia quanto in religione, fatevi porre domande da un bambino. Non potrete rispondergli sempre, ma vi faranno scoprire la verità: perché il Vero è sempre velato. Il bambino toglie il velo." - Tornando a noi, adulti e forse meno socraticizzati e quindi più infastiditi dalle domande che ad un primo sguardo appaiono senza senso in quanto richiedenti senso, cerco di spiegarvi l'importanza del movimento del pensiero e della ricerca di significato nel contesto della comunicazione medico - paziente. Il paziente (soprattutto quando è molto grave) si trova in una posizione subalterna rispetto alla struttura ospedaliera, alle persone attorno a lui, in particolare ai medici, vive una condizione nuova per la quale molto probabilmente non dispone degli strumenti per fronteggiarla, il medico a sua volta lavora in un contesto in cui tutti i giorni ha a che fare con la vita e la morte, e se non proprio con la morte, con una diversa vita, e servendomi ancora di Heidegger: -"Cosa c'è di più filosofico che discutere di questo?" - Credete che tutto ciò non vada ad influire le due parti e di conseguenza la loro comunicazione? Prima ancora di poter elaborare strategie comunicative tra i pazienti e i medici, quindi, bisogna soffermarsi e lavorare con le loro grandi domande, le loro visioni, i loro "movimenti del pensiero". E' interessante a riguardo l'esperienza di Wilhelm Schmid, consulente filosofico che lavorò in un ospedale svizzero per dieci anni su chiamata di alcuni medici che lessero il suo libro "La vita è bella": dialogava sia con i professionisti sanitari che con le persone da curare aventi qualsiasi tipologia di malattia, per la prima volta senza l'ansia da diagnosi. Ecco il motivo per cui ho intrapreso questo percorso di studi: per tentare di conoscere a 360° le sfaccettature implicate in questa relazione. Vi spiegherò in un prossimo articolo la relazione filosofia - comunicazione medico/paziente in maniera più sistematica ed organica, per ora ho voluto solo aggiornarvi del cosa sto facendo e spiegarvi il perché. Vi lascio con le parole di una dottoressa (in questo caso di un ospedale psichiatrico) trovate nel blog di un filosofo italiano, Neri Pollastri, riferendosi alla filosofia e al suo potenziale rapporto con la clinica: "Piano piano mi avvicinavo al malato, e dopo aver cercato di capire cosa succedeva ed averlo fatto sfogare pensavamo insieme al dolore, alla condizione umana, alle differenze culturali nell’interpretazione della follia. Cercavo di far capire il senso e il limite di quello che io e la medicina occidentale avevamo in quel momento da offrire, che era ritiro temporaneo dal mondo, protezione, ed un trattamento farmacologico volto ad alleviare il dolore, sotto forma di un ricovero in ospedale di breve durata. Ora io mi perdo un po’ intorno alla questione di cui state dibattendo (ndr. articolo sulla consulenza filosofica), ma di una cosa sono sicura: in quei pomeriggi vuoti, in quelle notti, io ed i cosiddetti folli facevamo filosofia. Ed era emotivamente coinvolgente, ed uscivamo trasformati, io e loro."

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