Senza emozione non c'è relazione


Quando ero una bambina mi emozionavo alla vista dei regali sotto l'albero di Natale. Quando raggiungo un obiettivo per il quale ho lavorato tanto mi emoziono. Quando rivedo un amico dopo tanto tempo mi emoziono. Quando sto per partire per un viaggio mi emoziono. Quando ho ricevuto un sms dal ragazzo che mi piaceva al liceo mi sono emozionata. Quando scopro qualcosa di nuovo mi emoziono. Quando mi sono risvegliata in rianimazione mi sono emozionata. Uh che sensibile, direte. No, sono semplicemente umana, non nel senso di buona, ma nel senso di naturalmente costituita di emozioni.

Tutti noi viviamo emozioni. Rabbia, felicità, sorpresa, interesse, disgusto, tristezza, gioia, soddisfazione, desiderio, sollievo, calma, confusione e più chi ne ha ne metta. Questo forse è l'aspetto che più ci accomuna eppure conosciamo così poco il mondo delle emozioni. Etimologicamente la parola emozione deriva dal latino exmovere (ex: fuori, movere: muovere) quindi portare fuori, smuovere, per cui l'emozione è uno scuotersi. Mi chiedo quindi quale possa essere il rapporto che s'instaura tra le emozioni e le relazioni, fermo restando che ognuno di noi è costituito anche di emozioni. Quando entriamo in relazione con l'Altro dove, come e perché agiscono le emozioni? E soprattutto nella relazione terapeutica quanto sono importanti? Avrete sicuramente sentito parlare del concetto di Intelligenza Emotiva, trattato per la prima volta nel 1990 dai professori Peter Salovey e John Mayer e poi ripreso e diffuso (soprattutto in ambito psicologico ed aziendale) dallo psicologo Daniel Goleman. Viene così descritta: "L’ intelligenza emotiva coinvolge l’abilità di percepire, valutare ed esprimere un’emozione, l’abilità di accedere ai sentimenti e/o crearli quando facilitano i pensieri, l’abilità di capire l’emozione e la conoscenza emotiva, l’abilità di regolare le emozioni per promuovere la crescita emotiva ed intellettuale." Sovente ho sentito pazienti che affermavano che i loro medici erano "senza cuore", "cinici", "freddi", "troppo distaccati". Da parte della mia esperienza personale posso dire che ho incontrato sia professionisti cinici sia partecipi, interessati, riguardosi... scossi nella relazione con me, riprendendo l'etimologia. E lo percepisci subito quando una persona si sta nascondendo dietro le proprie emozioni o quando non teme di uscire allo scoperto. C'è un esilarante detto in ambito medico che, riprendendo la suddivisione del corso di studi in anni pre - clinici e anni clinici, li definisce anni pre - cinici e anni cinici, quasi a suggerire che nei primi anni di formazione c'è ancora spazio per le emozioni, non più presenti nella formazione successiva. Ora, questa è una battuta e va presa come tale, ma in ambito medico siamo veramente sicuri che venga dato spazio (e venga preso) alle emozioni dei medici? Ricordo che ad un convegno sulla "Comunicazione medico - paziente" tenutosi a Torino al quale partecipai un anno fa posi questa domanda ad alcuni medici lì presenti e la risposta che ne trassi è decisamente emblematica a mio parere: "Noi medici sentiamo la necessità di tirare fuori le nostre emozioni, ma non ci conviene. Dobbiamo mantenerci intatti." Un medico, in quanto essere umano necessita di tirare fuori una delle parti più naturali di cui è costituito, le emozioni, ma di fatto decide che è meglio sopprimerle per mantenere la propria struttura professionale integra e intatta, ma è realmente terapeutica come scelta? O meglio, è veramente professionale? Se tutti noi siamo costituiti da emozioni, e decidiamo di eludere questa parte, quale relazione può esserci? Può esserci relazione? Purtroppo la formazione universitaria non aiuta in nessun modo in tal senso, anzi. Mi vengono in mente le parole dell'incipit del libro "Essere mortale" del medico Atul Gawande suggeritomi da un altro medico friulano con il quale sono entrata in contatto: "L'università prepara dei guerrieri col camice bianco. A tutti noi viene insegnato a sfoderare l'alabarda spaziale di Goldrake, l'invincibile robot protagonista di una serie animata anni '70, ma nessuno parla di morte, di limite, di incertezza. Sono parole che non si pronunciano quasi mai in medicina."

Vi è una intensa preparazione a livello tecnico - scientifico del professionista, ma la parte umanistica è messa da parte quasi privandola della sua importanza, ma ritorna a galla nel momento in cui il medico ha a che fare realmente con le patologie che ha studiato per anni perché non ha a che fare solo con quelle, ma con una persona che presenta quella patologia. In fin dei conti la medicina non nasce come scienza umana? Perché è diventata sempre più tecnica e meno umana nel vero senso della parola? Perché non iniziamo a chiederci come un medico può stare nei confronti del quarto paziente oncologico che vede in un giorno e come questo può influire sul suo essere, e sulla sua professione? Perché non iniziamo a chiederci come un medico si sente nel momento in cui deve dare l'ennesima cattiva notizia ad un familiare? Perché non iniziamo a domandarci cosa prova un medico quando un suo paziente muore? E quando un suo paziente decide di suicidarsi perché non riesce a sopportare il peso di un'infausta diagnosi? Queste sono questioni che, a mio parere, devono emergere sul proscenio del mondo medico, certo che ci sono anche tutte le problematiche economiche e di condizioni lavorative che vanno risolte, ma la crisi della medicina affonda le sue radici anche negli aspetti più propri della professione. Ritengo che i medici dovrebbero iniziare a condividere le proprie emozioni senza la paura di essere gli unici, di essere fragili e di non essere abbastanza professionali. Anzi, forse proprio questo li renderebbe maggiormente professionali e riuscirebbero a ricreare quel rapporto di fiducia con i pazienti che è alla base della cura e che vediamo oggi si sta sempre più sfaldando. E poi perché banalmente siamo animali sociali: quello che proviamo trasmettiamo anche se siamo dei super atleti pluripremiati di soppressione delle emozioni.

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