Shhh, di morte non si parla!


A febbraio terminerò il master in Consulenza Filosofica e Antropologia Esistenziale (leggi qui di cosa si tratta) e si concluderà discutendo una tematica a mia scelta. Visto che la comunicazione tra medici e pazienti ormai è divenuta il mio zahir, cioè un vero e proprio "chiodo fisso" secondo la cultura araba, sarà proprio questo l'argomento che porterò, ma declinato ad una specifica sfaccettatura: la morte. Bum, l'ho detto. Sì, proprio lei: l'innominabile signora. La morte. Morire. Oh sì, chiamiamola con il suo vero nome. M - O - R - T - E, non rifugiamoci in angoli linguistici per cui la chiamiamo "scomparsa", oppure ce ne usciamo dicendo che una persona "si è spenta", "ci ha lasciati"... no, guardiamola negli occhi questa cruda, ma unica certezza che abbiamo. Il tanto e temuto capolinea a cui il treno della nostra vita andrà incontro. Il tanto e temuto traguardo certo a cui tutti, prima o poi, arriveremo. Lo scrittore Roberto Battaglia diceva: "I destini degli uomini sono come i fiumi, alcuni scorrono veloci, senza incertezze, lungo facili percorsi. Altri passano attraverso mille difficoltà, ma arrivano ugualmente al mare. La meta finale è uguale per tutti." L'unica certezza che abbiamo nella vita è la morte, e proprio dall'unica certezza ci discostiamo il più possibile. Attuiamo delle maratone di allontanamento - "negazione" direbbe Sigmund Freud - che ci rendono dei veri e propri atleti dell'evitamento: abbiamo completamente reso la morte e il morire un tabù. Come viene detto in "Storia della morte in Occidente dal Medioevo ai giorni nostri" di Philippe Ariès: "La morte è divenuta tabù, una cosa innominabile [...] Una volta si raccontava ai bambini che nascevano sotto un cavolo, però essi assistevano alla grande scena degli addii, nella camera e al capezzale del morente [...] oggi i bambini vengono iniziati, fin dalla più tenera età, alla fisiologia dell'amore e della nascita, ma quando non vedono più il nonno e chiedono il perché, in Francia si risponde loro che è partito per un paese molto lontano, e in Inghilterra che riposa in un bel giardino dove cresce il caprifoglio. Non sono più i bambini a nascere sotto un cavolo, ma i morti a scomparire tra i fiori." Geoffrey Gorer, antropologo inglese, è stato il primo ad aver mostrato la "tabuizzazione" della morte, tanto da definirla, nel XX secolo, come sostituta del sesso quale principale divieto. La sua opera "The Pornography of Death" paragona addirittura il lutto solitario e pieno di vergogna alla masturbazione.

Di morte, limite e incertezza non se ne parla quasi mai in ambito clinico, come ci ricorda il medico Atul Gawande nel già citato libro "Essere mortale". Ricordo quando, dopo la morte di mia nonna, io e i miei familiari incontrammo il chirurgo che la operò: ci spiegò in maniera molto tecnica (praticamente non ci capimmo niente) cos' era successo nel suo organismo (il fattore età, il cortisone, valori bassi, eccetera) e infine disse: "mi dispiace, ci ho creduto fino in fondo che potesse farcela." Oh cacchio, questa è forte. La mia anima da ricercatrice in quel momento voleva chiedergli come stava, come si sentiva, cosa provava, ne avrebbe parlato con i suoi colleghi? Ma prevalse l'anima addolorata per la morte di una persona importante, alchè mi alzai e me ne andai, senza ulteriori domande. Pur essendo trascorsi due anni, mi continuo a chiedere come un medico possa sentirsi dopo l'ennesimo paziente che muore, perché per quanto la formazione in medicina miri, consapevolmente o meno, ad instillare nelle menti degli studenti una sorta di onnipotenza della stessa, per forza di cose i professionisti sanitari si ritrovano nel decadimento di quest'aspettativa: non sempre è possibile la guarigione e non sempre 1 + 1 fa 2 quando hai a che fare con le persone. Penso ai medici che vivono secondo la legge "morto un paziente, avanti il prossimo", cioè quando muore una persona non c'è il tempo di soffermarsi a riflettere sulle proprie emozioni, ma c'è la prossima emergenza da arginare, il prossimo intervento da effettuare e la prossima diagnosi da controllare, e poi no, non se ne parla, non conviene. Ecco attuarsi la vera e propria rimozione. Chiedendo ad un po' di medici conosciuti nel tempo ho chiesto loro se a livello "aziendale ospedaliero" ci si prenda del tempo per condividere le proprie esperienze, sensazioni, frustrazioni (ah, il mio essere idealista eh!), be' potete immaginare la risposta. Ricordo il racconto della dottoressa statunitense Rachel Naomi Remen (un po' lungo, ma ve lo consiglio caldamente): "È un grosso carico da portare per coloro che si prendono cura degli altri. Eppure la gran parte di queste perdite restano ignorate e non elaborate. Attualmente insegno in un corso per gli studenti del primo e secondo anno della scuola di medicina locale. In uno dei seminari serali stiamo esplorando i nostri atteggiamenti riguardo alla perdita, scoprendo alcune delle credenze che abbiamo ereditato dalla nostra famiglia e identifichiamo le strategie abituali con cui gestiamo la perdita. Insomma esaminiamo tutto ciò che facciamo invece di elaborare il lutto. Spesso si tratta di un’esperienza ricca e profondamente toccante che permette agli studenti di conoscere se stessi e di conoscersi tra loro in modi diversi. Una volta, al termine di una di queste serate, una donna si alzò per dirmi che la classe aveva già seguito due seminari sul lutto tenuti dal dipartimento di psichiatria. Non ne ero stata informata e così mi scusai dicendo che forse sarebbe stato meglio scegliere un altro argomento per la nostra discussione serale. ‘Oh, no’ mi disse ‘era un’altra cosa. Ci hanno insegnato la teoria del lutto e come riconoscere quando i nostri pazienti stanno elaborando un lutto. E a rispettare questo processo. Ma non ci hanno mai detto nulla sul fatto che anche noi avremmo avuto qualcosa da elaborare’. L’aspettativa di trovarsi immersi nella sofferenza e nella perdita tutti i giorni senza venirne toccati è altrettanto irrealistica come quella di camminare nell’acqua senza bagnarsi. Non è certo una negazione da poco. Il modo in cui affrontiamo la perdita forma la nostra capacità di essere presenti alla vita più di qualsiasi altra cosa. Il modo in cui ci proteggiamo dalla perdita è il modo in cui ci distanziamo dalla vita. Il proteggerci dalla perdita - piuttosto che elaborare e guarire le nostre perdite - rappresenta una delle cause principali del burnout. Sono pochissimi i professionisti che ho aiutato per problemi di burnout che sono venuti da me dicendo che era questo il loro problema. Ritengo che la maggior parte di loro non lo sapesse. La cosa più comune che mi sono sentita dire era: ‘C’è qualcosa che non va dentro di me. Non mi importa più di nulla. Intorno a me succedono le cose più terribili e io non sento niente’. Però le persone a cui realmente non importa nulla raramente sono vulnerabili al burnout. Agli psicopatici non succede. Non conosco dittatori o tiranni che ne abbiano sofferto. Solo coloro che si prendono realmente cura degli altri possono arrivare a questo luogo di ottundimento. A noi succede non perché non ci prendiamo cura degli altri, ma perché non elaboriamo i nostri lutti. Perché abbiamo permesso ai nostri cuori di riempirsi così tanto con la perdita da non avere più posto per provare del sentimento verso gli altri. La letteratura sul burnout parla dei fattori che lo guariscono: riposo, esercizio, gioco e lasciarsi andare ad aspettative irrealistiche. Ma in base alla mia esperienza s’inizia a guarire dal burnout solo quando s’inizia a imparare a come elaborare il lutto. Elaborando il lutto ci prendiamo cura di noi stessi. I professionisti della salute non piangono. Purtroppo! Il secondo giorno del mio periodo di formazione in pediatria, accompagnai il medico al quale ero stata assegnata a informare dei giovani genitori che nell’incidente automobilistico da cui erano usciti indenni era invece morta la loro unica bambina. Ero nuova a questo tipo di situazioni e quando scoppiarono in lacrime io piansi con loro. Più tardi il mio medico mi prese da parte per dirmi che mi ero comportata in modo molto poco professionale. ‘Quelle persone contavano sulla nostra forza’ mi disse ‘e io avevo deluso le loro aspettative’. Presi molto a cuore la sua critica. Quando a mia volta divenni anch’io medico responsabile, erano anni che non piangevo più. Durante quell’anno ci capitò un bambino di due anni che, lasciato solo per un attimo, era affogato nella vasca da bagno. Tentammo di tutto, ma dopo un’ora dovemmo accettare la sconfitta. Portando con me il giovane medico che stava facendo tirocinio, andai a dire ai genitori che non eravamo riusciti a salvare il loro figlio. Sopraffatti dal dolore scoppiarono in singhiozzi. Dopo un po’ il padre mi fissò. Io stavo lì, forte e silenziosa nel mio camice bianco, con accanto a me il giovane medico molto scosso. ‘Mi scusi, dottore’ disse ‘tra un minuto mi riprenderò’. Ricordo quell’uomo, con il volto bagnato dalle lacrime di un padre, e penso alle sue scuse con vergogna. Convinta allora che il dolore che provavo fosse solo una perdita di tempo inutile, un’auto indulgere, ero diventata quel tipo di persona davanti alla quale ci si scusa per aver provato dolore. Ricordo un periodo di servizio al reparto di pediatria al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York. Moriva un bambino ogni giorno e ogni mattina iniziavamo il nostro giro dal locale per le autopsie, parlando con il patologo del bambino che era morto il giorno prima o durante la notte. E ogni mattina lasciavo quel posto per tornare al reparto pediatrico dicendomi: ‘Su, passiamo al prossimo’. Questo tipo di atteggiamento che è stato così prevalente nella mia formazione, era anche lo stesso approccio alla perdita che avevo imparato in famiglia. Il pomeriggio in cui la mia gattina di dieci settimane fu investita e morì, mia madre mi portò in un negozio di animali e me ne comprò un' altra. Fin da molto piccola mi è stato insegnato che se succede qualcosa di doloroso, la cosa migliore da fare è non pensarci su e lasciarsi prendere da qualcos’altro. Purtroppo, in medicina, il ‘qualcos’altro’ da cui lasciarsi prendere spesso è un’altra tragedia. Ciò che dobbiamo sottolineare è che la nostra elaborazione del lutto è mirata a non aiutare nessun paziente in particolare, ma serve invece ad aiutare noi stessi, rendendoci capaci di andare avanti dopo una perdita. Ci guarisce rendendoci nuovamente capaci di continuare il nostro lavoro. Dire: ‘Passiamo al prossimo’ equivale a negare la nostra umanità, significa affermare che qualcuno può morire davanti a noi senza che la cosa ci tocchi. È il rigetto dell’interezza, della connessione umana che invece è fondamentale. Non ha nessun senso quando pronunci queste parole ad alta voce” Parlare della caducità umana non è mai un argomento facile e leggero, ovviamente noi tutti proviamo disagio nell'affrontarla, ma non è che proprio tale rimozione, a livello sociale in generale e in ambito clinico nel particolare, ci renda sempre più vittime del ciclo vitale? Rifiutiamo talmente tanto la nostra finitezza che il progresso tecnologico è giunto a medicalizzare la morte stessa, tanto che non viene quasi più vista come un fatto naturale, ma come un insuccesso della scienza medica che può sfociare in un senso di colpa nei medici e rabbia nei familiari, emozioni che se non vengono analizzate per come sono possono a loro volta tramutarsi in freddezza e cinismo da una parte e aggressività dall'altra. Ci chiamarono dal reparto di rianimazione dicendoci di andare subito in ospedale visto che mia nonna stava peggiorando. Sapevamo che era giunto il momento. Arrivati, suonammo al reparto e ci dissero di attendere. Attendemmo 30 minuti - ovviamente non vi sto a descrivere come ci sentivamo - per poi essere portati in un stanzino poco illuminato dove una dottoressa ci disse che la signora era deceduta, specificando l'orario esatto. Non aggiunse nulla. Non vi era alcuna espressione sul suo viso. Ci portò dov'era mia nonna - quel corpo freddo e gonfio, ma con quella parvenza di sorriso furbetto che aveva sempre con sé - un'altra dottoressa entrò poco dopo dicendoci che dovevamo lasciare libera la stanza perché serviva al personale. Sempre senza alcuna espressione sul viso. Anche un'infermiera entrò e nel vederci ci disse, senza alcuna espressione sul viso, che c'era un foglio da firmare.

Era tutto così meccanico, protocollare, freddo, distaccato. Era così tutto poco naturale e poco umano. Eppure la morte è la cosa più naturale e umana che ci sia. C'era un rigetto delle connessione umana tra noi familiari e il personale medico. Eppure la morte è quel fatto naturale che lega tutti noi esseri umani reciprocamente.

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