Un medico, ai tempi del covid19

Tutti noi abbiamo una miriade di opinioni su quello che sta succedendo, su come e perché stia succedendo e sul cosa succederà. Tutti noi ci siamo ritrovati da un giorno all'altro bloccati a casa.

Chi con l'ansia di racimolare tutto il cibo possibile dai supermercati, chi con la preoccupazione di essere stato contagiato, chi con il desiderio di capire la situazione, chi con l'arroganza di aver capito tutto, chi con la mancanza di passeggiate all'aperto, chi con il dispiacere di non essere vicino ai propri... congiunti, chi con la disperazione per la propria attività lavorativa bloccata, chi con la disperazione per non aver potuto salutare per l'ultima volta un proprio caro, chi sfrutta questo periodo a proprio vantaggio, chi sfrutta questo momento per creare progetti costruttivi. E poi c'è chi era già "abituato" a gestire emergenze serie e difficili, ma qualcosa di nuovo gli si è piazzato davanti.

Sossio Serra, medico del Pronto Soccorso di Cesena, uno dei tanti curanti che si ritrova quotidianamente a doversi vestire come un'astronauta e a cercare di curare le persone con covid19. Ho deciso di porgli qualche domanda per capire se e cosa sia cambiato rispetto alle emergenze "di tutti gli altri giorni", in particolare dal punto di vista relazionale e comunicativo.




1. Buongiorno Sossio, come stai? Stanco. 

2. Com’è cambiata la tua quotidianità da quando è iniziata l’emergenza?

 Esiste ancora una quotidianità?  A me sembra di vivere in un’unica grande giornata  iniziata alla  fine di febbraio  e che non vede ancora la fine.  Alle difficoltà lavorative si sono aggiunte quelle derivanti dalle dinamiche familiari che in questi giorni di distanziamento sociale affliggono la gran parte delle persone e che spaziano dalla gestione di figli piccoli al timore per i familiari anziani. 



3. Tu, già prima del covid19, lavoravi nell’emergenza, quindi immagino tu sia già “abituato” a gestire situazioni molto complesse, ci sono delle differenze ora nella gestione di questi pazienti? La necessità di individuare ed isolare i casi sospetti Covid rende tutto più complesso, lento e macchinoso. La struttura organizzativa degli ospedali è stravolta, interi reparti hanno cambiato destinazione e si sono “riconvertiti” alla cura dei pazienti Covid. La distinzione tra percorso Covid e non Covid (lo sporco ed il pulito) allunga i tempi di attesa e di gestione. Si lavora su un equilibrio fragile con pazienti spesso critici ed altamente bisognosi di cura ai quali riusciamo a garantire un contatto minimo, ridotto all’osso, quasi disumanizzante a causa del timore del contagio. Si lavora con l’ansia dell’esaurimento delle risorse a disposizione, la paura del collasso del sistema e la consapevolezza che potrebbe capitare di dover affermare di aver fatto del nostro meglio con il personale e le risorse disponibili, ma non è stato abbastanza. In tutti c’è la paura di dover compiere scelte impensabili fino a pochi mesi fa . L’utilizzo dei DPI  rende complessa la comunicazione con i colleghi e con i pazienti. La cosa che più mi fa soffrire in questi giorni è che gli aspetti comunicativi con il paziente ed i familiari si sono quasi azzerati. Ho sempre puntato molto sull’aspetto comunicativo ed ammetto di aver fatto gran fatica ad adoperare per via telefonica le tecniche e le modalità relazionali che adoperavo nei colloqui con i familiari.  Nonostante tutto ciò ho però la sensazione che ci sia una maggiore ricettività, chi ti ascolta comprende la criticità del momento. 




4. Ad oggi ho l’impressione che il ruolo del curante sia visto in tutte le sue sfumature, non solo quelle dell’uomo che, mediante la scienza, cerca di guarire tutti, ma anche dell’essere umano fragile, che piange, soffre e ha paura.
 Immagino tu abbia visto numerose persone malate/con situazioni molto gravi/alti livelli di vulnerabilità e complessità nella tua esperienza professionale, anche prima del covid19. 
Perché credi che proprio ora ci è permesso di vedere anche questo lato? La paura oggi è un sentimento diffuso, tutti si sentono vulnerabili ed in questi contesti si ripone speranza in chi rappresenta per il momento l’unico argine a quanto sta accadendo. Mettere in risalto il proprio lato umano accomuna, rende fratelli e sorelle e fa sentire tutti meno soli, tutti ugualmente vulnerabili. 



5. Pensi che potrebbe essere utile - sia nei processi di cura con la singola persona malata sia a livello pubblico come “immagine della medicina” - mostrare questo lato? Sì, lo è. Aiuterebbe a capire che si è tutti vulnerabili e nessuno è infallibile, la medicina resta la più umana delle attività scientifiche, molti l’hanno dimenticato.   

6. 
Ieri c’erano numerose aggressioni nei confronti dei curanti, oggi molti video e disegni in segno di ringraziamento, domani? Penso che dietro ai fenomeni di aggressione del personale sanitario, ci sia quasi sempre un corto circuito comunicativo che può avvenire in varie fasi del percosso sanitario. Spesso i pazienti sono in possesso di informazioni sbagliate che creano aspettative inappropriate, ma ancora più spesso nel caos della quotidianità  nessuno  spiega i percorsi diagnostico-terapeutici più opportuni, si comunica male, frettolosamente e chi abbiamo di fronte non si sente preso in cura.  Lavoro in PS e spesso mi fermo a riflettere sul fatto che una visita duri circa 10 minuti, la comunicazione con il medico è brevissima spesso dopo ore di attesa. In quei pochi minuti si prendono decisioni, si guardano esami, si visita il paziente e si delineano iter diagnostici e terapeutici ed ovviamente la comunicazione è spesso sacrificata. Questo aumenta il senso di frustrazione del paziente indipendentemente dal fatto che sia venuto a farsi visitare in maniera appropriata o meno.   In questi giorni del Covid è diverso, per quanto gli ospedali siano sovraccarichi, si sono “miracolosamente” svuotati di tutto quello che non è covid, le altre patologie sono quasi scomparse. Ho timore che quando la situazione si “normalizzerà” e si dovrà far fronte a liste di attesa ancora più lunghe  per il blocco di questo periodo, quando ci si troverà di fronte alle scontate inefficienze di un sistema che già  arrancava prima e farà ovviamente fatica a ripartire, la solidarietà a costo zero di questi giorni sarà presto dimenticata. 




Personalmente mi auguro che Sossio non abbia ragione e che invece il periodo attuale possa essere il motore per un cambiamento reale, in cui i curanti e i malati - memori delle grandi difficoltà vissute - abbiano il coraggio di porsi nella stessa parte. Insieme.

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